Guarda, certe volte esci da una partita di Champions League e la cosa di cui si parla di più non è un gol, non è una parata, non è nemmeno una rimonta clamorosa. È quello che si è sentito dagli spalti. E non in senso positivo.
È successo al Bernabeu, durante Real Madrid e Manchester City. Una parte della tifoseria di casa ha rivolto cori omofobi a Pep Guardiola. Roba esplicita, non interpretabile, del tipo che non puoi fingere di non aver capito.
La risposta di Guardiola, e quella dell’UEFA
Pep non ha fatto la scena. Non è il tipo, diciamo. Ha risposto con quella specie di stanchezza controllata di chi quella roba l’ha già sentita e sa benissimo che indignarsi ad alta voce serve fino a un certo punto. Ha detto che certi comportamenti non appartengono al calcio, che dovremmo essere oltre, che è una tristezza più che una provocazione.
Parole giuste. Parole che però, e qui sta il problema vero, si ripetono identiche da anni. Cambiano i protagonisti, cambia lo stadio, cambia la competizione. Il copione no.
L’UEFA ha aperto un procedimento nei confronti del Real Madrid. Arriverà quasi certamente una multa. E qui casca l’asino, perché parliamo di un club con un fatturato che fa girare la testa, e le sanzioni che l’organismo europeo commina in questi casi sono cifre che, per dirla chiaramente, non fanno paura a nessuno. È un po’ come multare qualcuno per divieto di sosta e aspettarti che cambi il suo comportamento per sempre.
Per chi segue le notti europee con la stessa intensità, c’è anche la storia della sfida di nervi tra Maccabi e Bologna nell’ultima notte di Europa League, che racconta un altro pezzo di questo calcio europeo complicato e affascinante allo stesso tempo.
Il Real Madrid, i tifosi, e quella distanza comoda
Il club ha preso le distanze. Comunicato, parole di circostanza, condanna formale. La solita procedura. E sia chiaro, il Real Madrid come società non ha sobillato nessuno, questo va detto. Ma c’è una zona grigia in cui i grandi club vivono da sempre, quella in cui scaricano sui tifosi la responsabilità di comportamenti che avvengono dentro i loro stadi, con i loro biglietti venduti, sotto le loro bandiere.
Non è una cosa solo madridista, eh. È un problema strutturale del calcio europeo, e probabilmente mondiale. La differenza è che quando succede in una semifinale di Champions, con mezzo mondo che guarda, diventa impossibile fare finta di niente almeno per qualche giorno.
Poi passa. Arriva la prossima partita, il prossimo caso, e quello di prima diventa un numero in un archivio.
Guardiola come bersaglio
Pep divide, questo è un fatto. Lo ha sempre fatto, dai tempi del Barcellona in poi. C’è chi lo considera il più grande allenatore vivente e chi proprio non riesce a sopportarlo, e nel calcio questa cosa è normale, anzi fa parte del gioco. Il tifo acceso, la rivalità, anche un po’ di cattiveria verbale sugli spalti fanno parte di un ecosistema che esiste da decenni.
Ma i cori omofobi escono da quel perimetro. Completamente. Non sono tifo, non sono rivalità sportiva, non sono nemmeno una forma di provocazione calcistica. Sono discriminazione. Punto. E il fatto che nel 2026 si debba ancora scrivere questa frase, in un articolo su una semifinale di Champions League, dice qualcosa di abbastanza sconfortante sullo stato delle cose.
Il Manchester City ha espresso piena solidarietà al proprio allenatore. Gesto dovuto, gesto giusto.
Cosa rimane
Rimane una partita che doveva essere calcio e invece è diventata un caso. Rimane Guardiola che risponde con più dignità di quanta ne meriti la situazione. Rimane una domanda aperta su quando, e soprattutto come, il calcio deciderà davvero di fare i conti con questo problema invece di gestirlo con comunicati e multe simboliche.
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Il Bernabeu quella sera ha regalato una brutta pagina. Speriamo che almeno serva a qualcosa.